Gli immobili non tradiscono?


Il Italia il 75% delle famiglie vive in una casa di proprietà, solo il 6% di chi possiede una casa ha meno di 35 anni. Di certo il dato concorda con la difficoltà dei giovani ad avere redditi stabili, ma credo sia anche presente la loro volontà di essere più liberi nel cambiare e nel passare da una città ad un’altra, quando non all’estero. Una tendenza molto attuale che è propia di una certa incertezza sul futuro che comporta, tra l’altro, il non desiderare di acquistare una casa.
Gli immobili comunque restano una parte fondamentale e spesso prevalente della ricchezza delle persone.

La prima casa va al di la delle valutazioni economiche, è il luogo dove viviamo, dove abbiamo gli affetti e mai come in questo momento abbiamo desiderato renderla più bella, più accogliente e possibilmente più grande. Le tendenze più attuali sono per una ricerca di immobili sempre più grandi e con uno spazio esterno, terrazzi e giardini sono in cima alla lista dei desideri. Poi ci sono le seconde case di vacanza, al mare o in montagna, anche qui credo che il desiderio di trascorrere in queste case le vacanze non possa essere limitato da delle valutazioni solo economiche.


Tolto questo però, spesso le persone conservano terze o quarte case da mettere a reddito, con l’idea che gli immobili non tradiscono. Purtroppo in questi anni hanno tradito eccome!
Partiamo dal prezzo di acquisto, nella tabella tratta dal sito di Immobiliare.it. ( https://www.immobiliare.it/mercato-immobiliare/)

Vediamo come il prezzo medio di vendita degli appartamenti in Italia che era nel 2012 di 2.600 euro al mq, sia sceso oggi a circa 2.000. con un -20% in 10 anni, naturalmente va poi verificata la posizione della casa, un attico in piazza Navona o nel quadrilatero a Milano non ha certo risentito di questi cali, ma un immobile nella prima periferia di una grande città, come può essere Bologna di certo è vicino a questi valori.


Parlo di Bologna perché la conosco meglio, ma immagino sia così in molte altre città, chi non possedeva nel 2020 almeno un Bed and Breakfast per affitti brevi? Naturalmente è una domanda provocatoria per dire che se non avevi un ristorante o un bed and breakfast sembrava tu stessi perdendo l’occasione della vita. E probabilmente era proprio così. Purtroppo la pandemia ci ha mostrato come anche questa soluzione sia stata un boomerang e per i pochi che ancora continuano ad affittare, tanti sono fermi da almeno un anno con tutto. Certo il turismo ripartirà, così come le fiere, ma non sembra succederà a breve. Si era un po’ esagerato, attratti dai guadagni “facili”? Quindi cosa fare?
Una analisi approfondita anche di quelli che sono i costi degli immobili. Prima tra tutti le tasse, sono costi certi: Irpef, Nuova Imu e Tari.Poi i costi variabili: ristrutturazioni, spese condominiali, guasti, rotazione degli inquilini, questi costi non saranno presenti ogni anno, ma possono essere elevati, pertanto sarebbe utile accantonare qualcosa in vista del momento in cui si dovranno sostenere.
Quanto si potrà ricavare di affitto? Ipotizzando un affitto di 1.000 euro al mese che è comunque già alto, potrò incassare circa 12.000 euro.

La soluzione per razionalizzare il patrimonio potrebbe essere quella di vendere gli immobili in eccesso, per un più corretto bilanciamento degli investimenti.


La donazione degli immobili, abbiamo visto in precedenti newsletter che le tasse di successione nel nostro Paese sono in questo momento molto convenienti. Tanto che una delle alternative che si presentano alle persone è di “anticipare il problema” con delle donazioni. Dono in vita quello che dovrei lasciare in eredità e tutti sono contenti: gli eredi che ricevono prima e io che “mi tolgo il pensiero”. La donazione infatti segue le stesse regole della successione e la stessa tassazione. Se dono un immobile ad un figlio, pagherà le tasse solo se supera la franchigia di 1 milione di euro, e si considerano i valori catastali attuali. Siccome sia le tasse di successione che i valori catastali potranno essere rivisti usare quelli attuali sarebbe un grande vantaggio: con la donazione fisso la situazione attuale.
Della revisione delle tasse di successione e dei valori catastali in realtà si parla da anni e ad ogni crisi economica il dibattito torna in auge.
Sugli immobili però si crea un problema: un immobile donato non è visto dal legislatore come gli altri, tanto che la banca fatica a concedere un mutuo se l’immobile che si vuole comprare proviene da una donazione. Perché? Perche potrebbero esserci degli altri eredi che avrebbero 10 anni dalla morte del donante per palesarsi e che potrebbero richiedere la loro quota di eredità, mettendo a rischio la garanzia della banca.


Per superare questo problema esistono delle polizze assicurative che garantiscono da questa eventualità, si possono stipulare se e solo se, se ne presentasse il bisogno. Ad esempio io ricevo in donazione un immobile, se lo mantengo nella mia proprietà non mi servirà fare nessuna assicurazione, se invece decidessi di venderlo, allora solo in quel momento potrei stipulare una polizza che tuteli il compratore o la banca dall’eventualità che compaia un altro erede.
Per concludere quindi, non è detto che gli immobili siano l’investimento migliore, sarebbe meglio razionalizzare e diversificare il patrimonio. Valutare insieme agli eredi se gli immobili sono di loro interesse o meno e fare una stima dei costi e dei ricavi. Infine ricordare che esiste la possibilità di donarli in vita, in modo da anticipare la tassazione con le franchigie e le aliquote attuali.


Posso proporti una consulenza insieme a specialisti del mercato immobiliare, per fare tutte queste valutazioni. Chiamami, ti spiegherò meglio.

La finanza comportamentale spiega tutto?

La finanzia comportamentale ci spiega come molte nostre decisioni non sono razionali, vengono invece da quello che possiamo definire stato d’animo: tutti abbiamo vissuto momenti di paura, in quel momento non riusciamo a ragionare su cosa ci convenga fare, ad ascoltare i consigli, abbiamo paura e basta e l’unica cosa che desideriamo è non averne più. Per questo prendiamo iniziative irrazionali, che a posteriori possono essere ancora più dannose.


Conoscere quindi i motivi per cui ci comportiamo in un certo modo è sufficiente? Sapere che se “soffri” di Overconfidence sei portato a sottovalutare i rischi e a crederti invincibile aiuta? Aiuta di sicuro, ma purtroppo non basta. Conoscere è il primo passo, ma non è sufficiente per cambiare. Vuoi qualche esempio?
Lo sai che dovresti smettere di fumare, ma non lo fai.Lo sai che dovresti mangiare più sano, ma non lo fai.


Ho ascoltato un video di Luca Mazzucchelli con Giorgio Nardone esperto sul tema del cambiamento, dedicato proprio a questo tema https://youtu.be/KKDOiEwLbhM

Ecco un estratto delle parole di Giorgio NardoneSe esiste il cambiamento, esiste altresì l a resistenza, un processo naturale dei viventi. Oggi parlare di cambiamento ci deve far considerare queste resistenze, se spiego non riduco le resistenze, ma le incremento, allerto il sistema sul fatto che verrà cambiato. La spiegazione lavora sulla conoscenza, sulla corteccia, mentre il cambiamento parte dalle emozioni. Devo quindi usare delle strategie, far cambiare il sentire e di conseguenza l’agire. Si lavora con stratagemmi in base al disturbo psicologico.
Lo psicologo è più efficace se riesce ad emozionare. Il passeggio dalle emozioni alla corteccia è semplice, dobbiamo partire dalle emozioni”La consapevolezza operativa, l’esperienza mi permette di conoscere come sono, non la conoscenza di come sono. Ci sono casi in cui conoscere può farci male. Come mai la persona tradita è l’ultima ad accorgersene ? Perchè fa troppo male. Perché l’ipocondriaco non vuole fare gli esami? Per proteggersi.
Altro punto di vista: tratto da una newsletter sul Goal Based investment di Luciano Scirè
“Quando subisci un torto, l’ultima cosa di cui hai bisogno è sentire le giustificazioni di chi ti ha ferito. Quello che ti serve, invece, è sapere che la persona che è in errore si assuma la piena responsabilità di quanto accaduto.

Eppure, quando un individuo sbaglia è istintivamente portato a giustificare il proprio comportamento. Questo non fa altro che aggravare la situazione: se hai commesso un errore ma lo neghi, allora mi arrabbio ancora di più.

Come superare la conoscenza e mettere in pratica i suggerimenti della finanza?”
Ecco mie cinque regole:
– parti da te stesso: conosci te stesso, cosa ti sta a cuore, come reagisci alle avversità, a cosa dedichi il tuo tempo e invece cosa faresti se non avessi limiti di tempo e di denaro

– parlane con un consulente finanziario, io sono qui!

– stabilisci con il consulente quali sono i tuoi obiettivi nella gestione del tuo patrimonio, come realizzarli e in quanto tempo

– lascia al consulente la definizione degli strumenti finanziari utili per realizzarli e comprendine le ragioni

– monitora l’andamento dei tuoi investimenti in relazione agli obbiettivi che hai stabilito, tenendo fede ai tempi che hai definito


Facciamo un esempio:

– so che amo il mio lavoro e vorrei dare serenità alla mia famiglia. Dedico molto tempo alla mia attività, se non avessi vincoli mi piacerebbe avere più tempo libero

– ne parlo con il consulente e nella chiacchierata emerge un desiderio: acquistare una casa al mare dove poter lavorare in smart working, qualche giorno alla settimana, per poter fare ad esempio le pause o qualche pranzo in spiaggia

– trasformiamo questo desiderio in un obiettivo, definendo in quanti anni e con quali risorse realizzarlo. Diciamo che con 5 anni di tempo e un buon mutuo si potrebbe fare!

– il consulente mi dirà come investire i miei risparmi per avere tra cinque anni una somma sufficiente e chiedere un mutuo per il resto- valuterò insieme al consulente gli step che mi porteranno a raggiungere il mio obiettivo. Ad esempio dopo un importante crollo di mercato azionario potremmo investire maggiormente.

Questo è il mio esempio, solo partendo da te stesso potrai valutare il tuo. Contattami per una consulenza, parliamone insieme.

Economia reale: e se volessimo investire direttamente in azienda?

Economia reale: se volessimo investire direttamente in un’azienda?
Quando compriamo una azione investiamo in una azienda quotata in borsa, cioè in una società per azioni che ha deciso di mettere le sue azioni sul mercato. Non tutte le società per azioni prendono la stessa decisione, ci sono importanti esempi di aziende che non sono quotate, cioè hanno mantenuto il controllo di tutte la azioni delle società.Queste potrebbero decidere di cedere un pacchetto delle loro azioni per finanziare dei progetti, senza quotarsi in borsa, cioè si rivolgono ad un mercato Privato. Le esigenze possono essere le più varie, vediamo qualche esempio: – acquisto di una azienda concorrente- acquisto dell’azienda di un loro fornitore- espansione all’estero- liquidazione di un socio
Invece di finanziare questi progetti con la banca, cosa sempre piuttosto difficile, si può scegliere la strada di vendere una parte delle azioni ad un terzo. Questa operazione prende il nome di Private Equity ed esiste da molto tempo. Se non ne sentiamo tanto parlare è perché le cifre in ballo sono veramente alte, nell’ordine di milioni di euro.
Da qualche tempo sono stati creati dei Fondi di Private Equity molto più democratici, dove, unendo le risorse di tanti risparmiatori si possono fare queste operazioni, questa è la novità!

Come si fa a fare questi investimenti? Abbiamo diversi tipi di fondi sul mercato privato: oltre al private Equity, parliamo di private Debt quando l’azienda con lo stesso meccanismo emette delle obbligazioni invece di vendere un pacchetto azionario. Da questo tipo di investimenti possiamo attenderci un rendimento molto più elevato rispetto agli investimenti tradizionali, la società che gestisce il fondo deve avere le competenze per entrare in azienda non solo con il denaro, ma anche con i manager che aiuteranno a realizzare i progetti. Inoltre è molto importante sottolineare come possiamo essere realmente di aiuto ad aziende del territorio, eccellenze che vengono selezionate e che creano tanto valore per gli investitori, ma anche per i dipendenti e per il nostro Paese.
Tutto perfetto direi, unico elemento da valutare è la durata dell’investimento. Se finanzi un’azienda, non puoi dopo 6 mesi o un anno vendere e lasciarli con un progetto appena iniziato, per questo sulla durata occorre essere molto precisi.

Agevolazioni fiscali
Per aiutare le aziende italiane, lo Stato propone delle agevolazioni fiscali su questo tipo di investimenti. Parliamo di PIR Alternativi, possiamo investire senza pagare le imposte sui guadagni (risparmio il 26% di capital gaia) e senza imposte di successione. Un vantaggio molto importante, soprattutto considerato il fatto dei rendimenti attesi.
Facciamo un esempio:
Acquisto euro 10.000 di un fondo di Private Equity, il rendimento atteso dopo 8 anni è il raddoppio del capitale, andrei ad incassare euro 20.000. Normalmente dovrei pagare 2.600 euro di capital gain, in questo caso i 20.000 restano netti, non c’è tassazione.
Sapete che in queste Newsletter non parlo di prodotti e nemmeno di Azimut, in questo caso devo fare una eccezione, pur senza parlare di prodotti. Abbiamo la possibilità di proporre ai clienti un PIR BOX: vale a dire un contenitore che permette le agevolazioni fiscali, in cui possiamo inserire diversi di questi fondi per diversificare questo tipo di investimento.
Questa è diventato un asset fondamentale nella pianificazione finanziaria, che non potrà mancare nei portafogli di domani. Contattami per tutti gli approfondimenti, sono certa di poterti raccontare davvero qualcosa di nuovo.

Cosa succede al fondo pensione se muoio prima?

La successione e il fondo pensione

Spesso i miei clienti quando sottoscrivono un fondo pensione mi chiedono: “Ma cosa succede ai miei soldi se muoio prima di andare in pensione?” Il timore è che in un qualche modo vadano persi o restino al fondo, assolutamente no!
I soldi vanno alle persone che sono state designate come beneficiarie del fondo pensione, di solito i famigliari più stretti, ma possono essere anche altri. Senza ledere la legittima, posso indicare anche una persona che non sarebbe erede per la legge.
Si parla di beneficiario designato: nel modulo di sottoscrizione si devono indicare le persone o la persona a cui andrà il denaro. Non è una eredità, è un atto tra vivi e questo comporta delle conseguenza che rendono il fondo pensione uno strumento molto versatile anche da questo punto di vista.


I beneficiari designati

La regola generale per i fondi pensione è definita dall’art. 14 c.3 del D. Lgs. 252/2005: 

“In caso di morte dell’aderente a una forma pensionistica complementare prima della maturazione del diritto alla prestazione pensionistica l’intera posizione individuale maturata è riscattata dagli eredi ovvero dai diversi beneficiari dallo stesso designati, siano essi persone fisiche o giuridiche”.

Questo significa che la somma accantonata (i contributi versati più gli interessi)  alla data del decesso sarà destinato al beneficiario o ai beneficiari indicati dal titolare del fondo pensione. Tra i possibili beneficiari rientrano sia le persone fisiche sia le persone giuridiche (es. una fondazione, una S.p.A, una S.r.l,).

Nel caso in cui l’iscritto non avesse invece provveduto a indicare i possibili beneficiari, i risparmi previdenziali saranno destinati agli eredi testamentari se c’è testamento o agli eredi legittimi se non c’è testamento. Solo se non esistono beneficiari designati e neppure eredi, la somma accantonata:- resta al fondo nel caso di fondo ad adesione collettiva- è destinata a finalità sociali nel caso di fondi ad adesione individuale

Ricapitolando:

  • l’iscritto al fondo può designare i soggetti che desidera ricevano i suoi risparmi in caso di sua morte prima della pensione. Questi soggetti ricevono a titolo proprio, cioè possono richiedere i risparmi presenti nel fondo pensione senza dover accettare l’eredità del defunto 
  • ove l’iscritto abbia omesso di indicare un “beneficiario”, saranno i suoi eredi testamentari o legittimi a poter incassare questi importi, con le regole di cui sopra. Cioè a titolo proprio e in quote uguali (salva diversa indicazione). Per poter incassare questi importi gli “eredi” non devono necessariamente accettare l’eredità, essendo sufficiente che siano individuati come “chiamati” a succedere. In sostanza, è sufficiente che il nominativo sia presente in un testamento valido o che lo stesso soggetto rivesta un grado di parentela o coniugio ai fini della successione legittima.

Le tasse sul fondo pensione.
Nella malaugurata ipotesi che la persona muoia prima di aver riscattato il fondo pensione gli eredi vengono tassati? Riscatto totale degli eredi o dei beneficiari in caso di morte del titolare del fondo: la tassazione prevede un’aliquota agevolata dal 9% al 15% ed è esente da imposta di successione.il diritto alla posizione previdenziale da parte dei soggetti legittimati deve essere inteso come acquisito a titolo proprio (iure proprio): è pertanto esclusa l’applicazione dell’imposta di successione alle prestazioni percepite dagli eredi.
Se l’erede rinuncia all’eredità ottiene comunque il fondo pensione?
Abbiamo visto come, essendo il beneficiario del fondo pensione designato per atto tra vivi, non è rilevante se questi abbia accettato o meno l’eredità. Potrebbe succedere che un erede non accetti l’eredità per l presenza di debiti, avrebbe comunque il ditritto a riscattare il fondo pensione. Per questo motivo è utile, soprattutto per alcune categorie come gli imprenditori o i medici, o chi potrebbe essere chiamato ad azioni di risarcimento, accantonare sul fondo pensione cifre importanti, senza occuparsi dei 5.164 euro annui della deduzione fiscale. In una corretta pianificazione finanziaria l’uso del fondo pensione per questo scopo è molto utile, in quanto senza costi particolari, come invece sarebbe per un trust, si può raggiungere la serenità di lasciare ai propri eredi una somma sufficiente, pur nell’ipotesi di un attacco da parte di creditori o di una azione di risarcimento.

E la tua famiglia di che modello e’?

E la tua famiglia di che modello è? 

Il nostro codice civile che regola le successioni è del 1942, il modello di famiglia che lo ha ispirato è quella tradizionale: coniugi, figli e famiglie di origine, spesso conviventi in un’unica casa. Passati 80 anni di sicuro il modello non è più l’unico, altri modelli di famiglia si sono aggiunti: la famiglia allargate, le coppie di fatto, quindi con leggi successive sono stati previsti dei correttivi.
La famiglia tradizionale
La logica del codice civile è quella di trasmettere i beni di famiglia agli eredi in modo che rimangano nella famiglia stessa. Per questo sono previsti gli eredi legittimi, cioè coloro che sono eredi per legge e gli eredi legittimari, coloro che hanno diritto alla legittima. I primi possono essere legati da rapporti di parentela molto labili, si arriva a definire erede un parente entro il sesto grado, quindi un lontano cugino che a volte non si conosce neppure, se mancano eredi più vicini potrebbe ereditare.C’è da dire che in questa situazione le persone sempre di più sono invogliate a fare un testamento, ma non mancano esempi anche celebri di personalità che non ci avevano pensato e tutto il loro patrimonio è passato appunto ai cugini più o meno lontani. Un caso fra tutti quello di Lucio Dalla, di sicuro morto improvvisamente e in giovane età, ma possibile che nessun consulente finanziario gli avesse consigliato di fare testamento? E’ molto frequente che i cugini più sono lontani e più sono tanti, quindi sarà difficile che vadano d’accordo nella divisione. D’altro canto proprio perchè è importante che i beni restino nella famiglia di origine, per lo stesso motivo non possiamo diseredare gli eredi diretti. Esistono infatti le quote di legittima che li proteggono. Se tuo figlio è la classica pecora nera pazienza! Una parte del tuo patrimonio dovrà comunque arrivare a lui. In altri Paesi dove i legami famigliari sono meno importanti rispetto all’autonomia decisionale del singolo non è così, i film americani sono pieni di figli diseredati!Noi possiamo limitare i danni usando la quota disponibile del patrimonio per abbassare l’eredità, ma non possiamo prescindere dal caro figliolo pecora nera!


La famiglia allargata
Quando una coppia si separa e inizia delle nuove relazioni si parla di famiglia allargata. Una mia cliente si trova in questa situazione: dal primo matrimonio ha avuto due figli, il suo nuovo compagno ha due figli dal primo matrimonio, insieme hanno un figlio nato da poco. La famiglia allargata è composta da 7 persone, i genitori e il piccolo vivono stabilmente insieme, i figli dei precedenti matrimoni si trovano a rotazione in casa in base agli accordi di separazione. Una famiglia bellissima e senza dubbio impegnativa. Anche trovare una casa non è stato facile. Si pongono naturalmente dei problemi ereditari che non erano stati previsti dal codice civile. Ogni coniuge ha degli obblighi verso i figli del primo matrimonio, entrambi ne hanno tra loro e verso il piccolo. Come regolare la successione in modo equo? Naturalmente dipende dal caso, non ci sono regole generali, il testamento in questi casi è indispensabile.Ti ricordo anche che il primo coniuge avrà diritto agli eventuali assegni divorzili e, se non è stata emessa la sentenza di divorzio, ma solo la separazione è comunque erede a tutti gli effetti.

La coppia di fatto

Le coppie di fatto sino a qualche anno fa erano quelle che convivevano senza avere contratto matrimonio: abitare insieme senza essere sposati realizzava una coppia di fatto.

Con la legge 20/05/2016  n. 76, nota come “Legge Cirinnà”, in Italia sono state introdotte due forme di unione tra persone diverse dal matrimonio.

Le unioni civili, relative alle persone dello stesso sesso e le convivenze di fatto, relative alle coppie che, nonostante non si vogliano sposare, decidono di formalizzare la loro unione.

Dunque oggi le coppie di fatto sono costituite dalle persone che non si sono volute sposare, ma che non hanno neanche dichiarato la loro convivenza al comune di residenza.

Anche se la legge per le persone che vivano in una simile condizione non prevede niente, la giurisprudenza nel tempo ha elaborato alcuni strumenti di tutela nei confronti delle coppie di fatto, soprattutto nel caso di crisi o fine dell’unione.

La prima questione che si pone in tema di diritti delle coppie di fatto è quello sul diritto del partner di restare in casa anche dopo la fine della relazione.Se l’abitazione nella quale si è svolta la convivenza è di proprietà esclusiva di uno dei partner, al termine della relazione non si può subito mandare via di casa l’altro, che vanta un diritto di possesso che non gli può essere negato.Se la casa nella quale si è svolta la convivenza è in affitto, alla morte di uno, il convivente sopravvissuto ha diritto di subentrare nel contratto fino alla sua naturale scadenza.In relazione al diritto al mantenimento dei figli, la legge non distingue tra figli nati durante il matrimonio, da relazione extraconiugale o di persone  conviventi.
I diritti che le coppie di fatto non possono vantare

Ai diritti delle coppie di fatto sopra elencati si contrappongono una serie di situazioni e circostanze che non si possono attribuire ai semplici conviventi. Le coppie di fatto non hanno diritto:

  • A non essere traditi, non sussiste l’obbligo alla reciproca fedeltà.
  • All’assegno di mantenimento successivo alla separazione, relativo in modo esclusivo alle coppie sposate, né agli alimenti, salvo che tra le parti non intercorra un  diverso accordo scritto.
  • All’eredità del convivente defunto, a meno che lo stesso non faccia testamento.
  • Anche in questo caso, non può spettare più della quota disponibile, non essendo il convivente un erede legittimario.
  • Alla pensione di reversibilità.
  • Alla possibilità di costituire un fondo patrimoniale, diretto in modo esclusivo alle coppie sposate. La legge consente di costituire un vincolo di destinazione o istituire un trust nel caso se si intendessero tutelare gli interessi di figli nati dall’unione.

L’approvazione della Legge Cirinnà (Legge n. 76/2016) ha portato alla regolamentazione delle convivenze di fattoe all’istituzione delleunioni civili per coppie omosessuali.


La convivenza di fatto
Ma cosa possono fare, nella pratica, le coppie di fatto per ufficializzare la loro unione? E quali sono i diritti che spettano ai conviventi che si registrano all’anagrafe del Comune di residenza?
E’ possibile formalizzare davanti alla legge una convivenza di fatto effettuando una dichiarazione all’anagrafe del Comune di residenza. I due conviventi dovranno dichiarare all’ufficio anagrafe di costituire una coppia di fatto e di coabitare nella stessa casaCon la Legge Cirinnà ai conviventi di fatto viene riconosciuto:

  • il diritto reciproco di visita, assistenza e accesso alle informazioni personali in caso di malattia, 
  • la possibilità di nominare il partner proprio rappresentante 
  • il diritto di continuare a vivere nella casa di residenza dopo l’eventuale decesso del convivente proprietario dell’immobile.

I contratti di convivenza, similmente entrati in vigore il 5 giugno 2016 grazie alla Legge Cirinnà, rappresentano un’ulteriore garanzia che permette alla coppia di “disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune”. Come per la registrazione all’anagrafe, i conviventi non sono obbligati a stipulare il contratto, ma il documento permette loro di stabilire delle regole che saranno ufficialmente riconosciute a loro tutela.Il contratto di convivenza può contenere indicazioni relative al luogo di residenza dei conviventi, alle loro modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, “in relazione alle sostanze di ciascuno”, e all’eventuale regime patrimoniale di comunione dei beni.Il regime di comunione dei beni è instaurato solo sotto specifica richiesta dei conviventi: diversamente, la coppia vive in separazione dei beni. Il regime patrimoniale scelto può in ogni caso essere cambiato dai conviventi in qualsiasi momento.


Unioni civili

Circa trent’anni dopo la prima proposta di introduzione in Italia delle unioni civili, le stesse sono state giuridicamente riconosciute nel 2016.

Nel nostro ordinamento l’unione civile tutela i diritti e stabilisce i doveri delle coppie formate da persone dello stesso sesso (L. 76/2016).

Ad eccezione dell’obbligo di fedeltà e della possibilità di adozione, l’unione civile è il riconoscimento formale più vicino al matrimonio.

La coppia omosessuale che si vorrà unire civilmente vedrà modificato il suo stato civile. In caso di morte di uno dei componenti la coppia, l’altro avrà gli stessi diritti del coniuge.
Situazione senz’altro molto variegata, da analizzare con molta attenzione caso per caso, per questo consiglio a tutti di fare una analisi patrimoniale e successoria, per analizzare tutte le possibili situazioni che si stanno vivendo e trovare la soluzione migliore. Contattami per una consulenza gratuita su questo e altri temi.